L’uomo che cambia la città. Filosofia dell’architetto Cucinella

«L’architettura deve usare i cinque sensi». È il professionista che firma il nuovo grattacielo Unipol a Porta Nuova e la Città della Salute a Sesto San Giovanni


Pubblicato il 19/04/2017
milano

La Milano che cambia porta la sua firma. Quella di Mario Cucinella, architetto di fama internazionale, che da qualche tempo sta ridisegnando alcuni dei luoghi più importanti della città. Il grattacielo Unipol Sai in Porta Nuova. La Città della Salute a Sesto San Giovanni. E il nuovo polo chirurgico dell’Ospedale San Raffaele. Edifici innovativi, degni di una metropoli, nati dalla creatività di uno dei più grandi progettisti italiani da anni attento al tema della sostenibilità ambientale. «La sfida in Gae Aulenti era offrire uno spazio bello a chi la città la vive ogni giorno, senza cadere nella trappola dell’architettura contemporanea che spesso viene vista come brutta. Sarà il tempo a dirlo, ma credo sin da ora che a Porta Nuova la sfida sia stata vinta».  

L’ottimismo di Cucinella è palpabile anche solo a parole. Milano per lui è una realtà che si sta muovendo secondo una logica europea dove pubblico e privato si uniscono per continuare a investire nell’architettura come rappresentazione del proprio tempo e delle proprie capacità di business. «A differenza di molte altre città, Milano ha avuto il coraggio politico e imprenditoriale di credere nella contemporaneità, nel cambiamento urbanistico che può dare nuovo senso all’intera cittadinanza».  

Architetto Cucinella, con la torre di Unipol Sai il Progetto Porta Nuova, iniziato più dieci anni fa, arriva finalmente a compimento. Come sarà lo skyline finale?  

«Un luogo di scambio. Uno spazio denso di forte tensione architettonica dove da una parte c’è sul podio la torre avvolgente di Unicredit e dall’altra il contrappeso arioso e slanciato del grattacielo Unipol rivolto a sud verso via Melchiorre Gioia e con accesso diretto dalla strada per tutte le persone. Quindi il parco di Porta Nuova che ora attende di diventare la sponda giusta verso cui degradano tutti gli edifici collocati in quest’area ristretta. Senza dimenticare la nuova sede dell’immobiliare Coima, un piccolo gioiello, una corteccia che si apre e si sfoglia davanti all’Unicredit Pavilion. Di sicuro posso dire che non sarà solo un business center, nonostante la presenza di importanti realtà economiche, ma un luogo a disposizione di tutti, cittadini e visitatori».  

 

 

 

Quali sono le caratteristiche principali della torre Unipol Sai?  

«Innanzitutto sarà alta più di 100 metri, composta da 22 piani e da una serra giardino-panoramica per eventi pubblici e culturali. Il tratto distintivo però sarà il grande atrio alla base dove le correnti d’aria calda e fredda potranno circolare liberamente rendendo più bassi i consumi energetici dell’intero edificio. Ovviamente saranno presenti anche impianti di condizionamento e riscaldamento ma in questo modo vengono risolti in buona parte i tipici problemi ambientali derivanti dal consumo energetico. Con Unipol, attenta propria nella sua filosofia aziendale alla sostenibilità, è stato possibile realizzare una torre che rappresenti nella sua stessa essenza l’impronta green della nuova generazione di edifici eco-sostenibili. Non è puro marketing insomma. L’idea è far in modo che ci sia un connubio tra la bellezza esteriore e la funzionalità interna di chi lì dentro lavorerà tutti i giorni».  

Quando verrà completato il grattacielo?  

«Abbiamo appena iniziato i lavori. Prevedo che entro il 2019 saranno finiti».  

Oltre alla torre Unipol anche la nuova sede dell’immobiliare Coima Sgr porterà la sua firma. E’ lei l’uomo che sta cambiando il volto di Milano?  

«Se consideriamo anche la Città della Salute e l’Ospedale San Raffaele, sembrerebbe proprio di sì. Spero che i milanesi non se la prendano ma nella loro città sono in atto fenomeni creativi entusiasmanti. E’ una città che sta raccontando se stessa attraverso il cambiamento. C’è una trasformazione urbana resa possibile da una classe di imprenditori e di politici che credono nel dare un nuovo senso a Milano. La sede di Coima, un piccolo edifico in legno che termina sul podio di Gae Aulenti, in scala nettamente inferiore agli altri, che poggia sulla fine del parco, ne è un esempio. Ma lo sono anche le strutture dell’eccellenza sanitaria lombarda dove le aspirazioni di pubblici e privati si alleano in progetti innovativi di sviluppo urbano. Un altro caso ancora? La ristrutturazione e l’ampliamento della fondazione Rovati. Siamo di fronte quasi a una forma di mecenatismo contemporaneo».  

 

 

 

Il meglio di Milano si concentrerà a Porta Nuova. Sarà questo il nuovo centro di della città?  

«Non credo sia giusto vedere in termini di competizione o contrapposizione il cambiamento in corso a Milano. Si tratta di garantire un’offerta qualitativa altissima alla cittadinanza. Da una parte è giusto che ci sia la storia, la città antica, il Duomo e il Castello Sforzesco, dall’altra è anche bello sentire l’energia della contemporaneità. A Porta Nuova si assiste un po’ alla rivincita della contemporaneità che per una volta non viene letta in termini negativi ma come uno spazio bello in continuità narrativa con il resto della città: Corso Como e poi Brera».  

Spesso lei viene descritto come un architetto-ingegnere per l’attenzione che pone sulla funzionalità degli edifici e non solo sulla loro estetica. Si ritrova in questa definizione?  

«Assolutamente sì. Credo che ogni architetto dovrebbe essere un filino più ingegnere e ogni ingegnere un filino più architetto. Troppe volte si è persa negli ultimi 30 anni la componente tecnica nell’architettura e si è lavorato solo seguendo il principio l’estetica per l’estetica. E’ un ragionamento che non porta da nessuna parte. La bellezza e la sostenibilità degli edifici sono due realtà complici da secoli, da ben prima che arrivasse l’energia. E’ una modalità di fare le cose dove non conta solo il bello visibile ma anche l’aspetto etico e valoriale. Un po’ come le persone che non sono solo il loro aspetto esteriore. Ecco l’architettura deve riprendersi il suo contenuto, tutti i suoi cinque sensi per raccontare una storia e non solo mostrare una bella facciata».  

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