Nei Territori scoppia la rivolta: “L’unico che ci difende è Erdogan”

Più di cento feriti negli scontri tra palestinesi e l’esercito israeliano. Tra i giovani sale la sfiducia verso Abu Mazen: ci ha venduti

Gli agenti della polizia di frontiera e l’esercito israeliano hanno lanciato lacrimogeni e usato proiettili di gomma in risposta al lancio di sassi da parte dei giovani manifestanti. Molti gli arresti


Pubblicato il 08/12/2017
INVIATO Betlemme

Gli shabaab, i ragazzi, tornano indietro con i volti sbiancati dai lacrimogeni, respirano a fatica, prendono fiato nelle strade laterali, più strette, che salgono su verso la città vecchia. L’ampio viale che da Betlemme porta al campo profughi di Ayda è una trincea mobile. 

 

 

Un blocco quattro, cinquecento manifestanti, che avanza per cercare di colpire con i sassi i soldati e si ritira quando dall’altra parte arrivano i candelotti. I «ragazzi» hanno creato una barriera di copertoni in fiamme. Il fumo nero, denso, copre alla vista lo schieramento dei militari della polizia di frontiera. Sono piazzati più in alto, dove il viale comincia a salire e controllano la situazione senza forzare la mano.  

 

 

Di colpo il blocco retrocede, di corsa, si sentono degli spari. Tirano, sembra, proiettili di gomma. Poco dopo arriva l’ambulanza, si fa largo a fatica fra la folla che si è di nuovo ricompattata. Gli intossicati dai gas sono decine. Nelle retrovie è un continuo consultare i bollettini sui cellulari: a Ramallah cinque feriti per i proiettili, altrettanti a Betlemme, due a Gerico. Quasi una gara. All’imbrunire il bilancio, stilato dalla Mezzaluna rossa, è di 104 feriti. Mohammed Muhesen, appena sedicenne, non sembra né impaurito né molto soddisfatto: «Siamo pochi, eppure ci hanno appena tolto Al-Quds: che cosa devono farci perché scoppi una rivolta vera? Ci prendono un pezzo delle nostra terra alla volta e nessuno reagisce». 

 

 

Quel nessuno è la leadership dell’Autorità nazionale palestinese, ai minimi storici del suo consenso. Nella seconda giornata della rabbia Al-Fatah, Hamas, tutti i partiti hanno chiamato alla mobilitazione. Le proteste si sono dipanate secondo un copione ben collaudato. Manca qualcosa, però, che faccia davvero «bruciare la terra». A Ramallah la folla ha cominciato a radunarsi verso le undici della mattina, prima di partire in corteo verso il check-point davanti all’insediamento dei Beit El. Sul cassone del camion piazzato in mezzo alla Piazza dei Leoni salgono a turno i quadri di Al Fatah. Gli insulti sono per l’America, Trump, e per l’Arabia Saudita: «Siamo milioni, tutti pronti al martirio per Al-Quds». 

 

 

«Retorica. Bisogna cambiare tutto – protesta Abir Wheida, un’impiegata di 47 anni, sposata con tre figli -. Non abbiamo una strategia. È inutile continuare a trattare per arrivare alla soluzione dei due Stati. Serve la soluzione “uno Stato”. Ci vuole una vera resistenza». La soluzione «uno Stato» significa in realtà far annettere tutti i territori palestinesi da Israele, non solo Gerusalemme. Sembra un paradosso ma è popolarissima. Perché i palestinesi sperano di diventare presto maggioranza di questo unico Stato dal Mediterraneo al Giordano, che includerebbe, ora come ora, circa sei milioni di arabi contro poco più di sette milioni di ebrei. 

 

L’Autorità palestinese invece resta contraria. «I capi stanno troppe bene per voler cambiare qualcosa», sussurra un ragazzo che vuole restare anonimo: «Qui c’è pieno di agenti della Pa (il governo palestinese), che poi spifferano tutto allo Shin Bet (i servizi israeliani)». L’idea è che Abu Mazen, e forse anche Hamas, non voglia spingere sull’acceleratore della protesta («ha fatto un discorso moscio») e che cerchi un «accordicchio» con i leader arabi moderati: ieri è volato da Re Abdullah di Giordania. I «fratelli arabi ci venderanno un’altra volta – conferma Samir, 45 anni -. L’unico che ci difende davvero è Erdogan, serve una coalizione di tutti i Paesi musulmani, con gli attributi però, non come i Paesi del Golfo che sono soltanto chiacchiere e petrodollari». 

 

Il leader turco piace moltissimo. Nessuno lo chiama più Kardogan (un insulto), come quando ha fatto pace con Israele. Piace la sua idea di un grande congresso dei Paesi islamici, i 57 invitati mercoledì prossimo a Istanbul per «decisioni straordinarie» dopo che Trump ha «gettato la regione in un cerchio di fuoco». Re Salman, invece, «se può andare lui ad Abu Dis». Il riferimento è al piccolo sobborgo di Gerusalemme che sarebbe stato scelto come capitale del futuro Stato palestinese nel fantomatico piano di pace saudita-americano. 

 

«Una barzelletta», chiosa Mustafa Barghouti, uno dei pochi leader di peso scesi in piazza a Ramallah. Anche per lui la soluzione è «uno Stato», però «democratico, con i pieni diritti civili per tutti i palestinesi, a partire da quello di voto: non accetteremo mai l’Apartheid». Come arrivarci? «Come hanno fatto Martin Luther King e Nelson Mandela». Una bella utopia da queste parti, mentre Hamas chiama alla «terza Intifada», da Gaza sparano colpi di mortaio, Israele reagisce a cannonate e in Rete Al-Qaeda e l’Isis lanciano le loro dichiarazioni di guerra: «Vi taglieremo la testa e libereremo Gerusalemme”. 

 

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