Tutto è cambiato ma non il sogno del riscatto sulla pista da ballo

Quarant’anni fa usciva negli Usa “La febbre del sabato sera”. E nell’era dei social e della paura quella storia rimane attuale

Tony Manero, il protagonista del film, interpretato dall’allora emergente attore italoamericano John Travolta, che per «La febbre del sabato sera» ottenne una nomination agli Oscar


Pubblicato il 16/12/2017
Ultima modifica il 16/12/2017 alle ore 09:58
inviato a new york

«Uno dei viaggi più lunghi al mondo è quello tra Brooklyn e Manhattan». L’intellettuale neocon Norman Podhoretz aveva cominciato con quesa frase la sua biografia Making it, ma potremmo rubarla per ricordare Saturday Night Fever nel quarantesimo anniversario della sua uscita nelle sale. Non solo perché il film si chiude col viaggio in metropolitana di Tony Manero dal suo quartiere verso l’isola della speranza, ma soprattutto perché questa metafora lo rende attuale ancora oggi, seppure con protagonisti, mode e culture diverse. 

 

Tutti ricordiamo Saturday Night Fever per i 285 milioni di dollari incassati, la colonna sonora rimasta in cima alle classifiche di vendita per 24 settimane, i vestiti sgargianti e le mosse di John Travolta, la globalizzazione della cultura disco. Dietro però c’era molto di più, anche se non era facile scorgerlo, tra gli effetti speciali del locale 2001 Odyssey a Bay Ridge. 

 

L’idea era nata da un articolo pubblicato il 7 giugno del 1976 dalla rivista New York, che ora potremmo definire fake news. Nick Cohn, un giornalista inglese, si era messo in testa di indagare la nuova tendenza dei sabati sera passati in discoteca. Voleva raccontare i ragazzi della classe lavoratrice che sprecavano le giornate facendo mestieri senza futuro, non erano chic, non conoscevano la controcultura, non avevano mai letto Ken Kesey o sentito Bob Dylan, non avevano mai messo piede nel locale glamour Studio 54, a Manhattan, con Andy Warhol e Liza Minnelli, epperò durante il weekend riscattavano la loro esistenza sulla pista da ballo della periferia.  

 

Perciò era andato al 2001 Odyssey di Bay Ridge per incontrarli. Quando era arrivato nel locale di Brooklyn, però, era scoppiata una rissa e non aveva parlato con nessuno. Quindi si era inventato l’articolo, basandolo sulla storia di un ragazzo fittizio chiamato Vincent, che in realtà era ispirato a un «mod» di nome Chris incontrato nel 1965 a Londra. Il titolo era Tribal Rites of the New Saturday Night e aveva fatto grande scalpore. Hollywood lo aveva notato, strapagato e trasformato in film. Solo venti anni dopo Nick aveva avuto il coraggio di ammettere che si era inventato tutto, sognando di imitare il new journalism di Gay Talese e Tom Wolfe.  

La storia era falsa, ma per intuito ci aveva preso. La tendenza esisteva davvero, e non era legata solo alla musica disco ballata il sabato sera o lo stile dei vestiti. Esisteva la violenza delle gang nelle strade, quella sessuale che sfociava nello stupro, la disperazione di una generazione di ragazzi, italo-americani ma non solo, che si sentivano emarginati e sognavano con i «riti tribali» della danza di inventare una nuova vita. 

 

Quaranta anni dopo molte cose sono cambiate. Il locale 2001 Odyssey è diventato un ristorante cinese, Bamboo Garden, perché questa è l’etnia dominante nel quartiere. Brooklyn va di moda e le sue case costano un occhio. Gli italo-americani non sono più gli emarginati della città, tanto che occupano la poltrona di sindaco di New York e governatore dello Stato. La disco è al massimo un nostalgico sfizio vintage, che ha spinto l’imprenditore italiano Gianluca Mech a spendere 200 mila dollari per organizzare una festa celebrativa al Bamboo Garden, ritrasformandolo almeno per una notte nel locale 2001 Odyssey. 

 

Molte cose però sono ancora di grande attualità, anche se magari hanno cambiato nome. Ad esempio la fake news su cui era basata l’intera storia, nonostante il termine oggi abbia un valore molto più politico del piccolo imbroglio inventato da Nick Cohn. I social media, invece, sono forse lo strumento con cui gli emarginati di oggi cercano di farsi notare, sperando di riscattare vite altrimenti anonime, noiose e prive di prospettive. La colonna sonora che accende queste speranze non è più la disco, ma la techno, l’hip hop, o quello che volete voi, però l’obiettivo e l’effetto sono gli stessi. Anche l’atteggiamento verso le donne non è molto cambiato, come ci insegnano le cronache quotidiane. 

 

La metafora che resiste di più, però, sembra proprio quella del lunghissimo viaggio per coprire la piccolissima distanza che separa Brooklyn da Manhattan, e redimere così la propria esistenza. Oggi magari sull’altra sponda del fiume ci sono gli ispanici, che Donald Trump vorrebbe tenere fuori dal Paese alzando un muro lungo il confine col Messico. O gli asiatici, che hanno preso il posto degli italiani a Bay Ridge e sono visti con meno sospetto, ma faticano lo stesso ad integrarsi. Oppure i musulmani, che invece rischiano di passare tutti per terroristi, visto che proprio da Brooklyn era partito Akayed Ullah per farsi saltare in aria mercoledì nella metropolitana sotto Times Square. O magari gli stessi bianchi americani, che si sentono minacciati dalla globalizzazione e offesi dai mutamenti etnici e culturali di un Paese sempre più diviso. Quella distanza tra Brooklyn e Manhattan, semmai, si è allargata e complicata. 

 

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