Se le donne beneficiano della guerra per procura tra Riad e Teheran

I due regimi teocratici si sfidano anche a colpi di concessioni (annunciate)


Pubblicato il 30/12/2017
Ultima modifica il 30/12/2017 alle ore 21:40
roma

L’hard power, d’accordo. Su questo Iran e Arabia Saudita si combattono ormai alla luce del sole e senza esclusione di colpi. Dallo Yemen alla Siria passando per l’incandescente Libano, l’altalena del prezzo del petrolio e i rapporti con la Casa Bianca, la rivalità tra le due superpotenze mediorientali ha assunto negli ultimi anni la fisionomia sempre più nitida di una guerra, seppure per procura. Ma c’è di più. A giudicare dalle annunciate concessioni all’altra metà del cielo, Teheran e Riad hanno deciso di sfidarsi adesso anche a colpi di soft power, scommettendo su chi farà prima ad alleggerire (almeno un po’) la cappa che in entrambi i Paesi grava mortalmente sulle donne. 

 

E così nella settimana in cui la campionessa di scacchi ucraina mette in discussione la sua partecipazione al torneo internazionale saudita contestando l’obbligo per le giocatrici d’indossare l’abaya (lei avrebbe potuto non indossarlo ma per le locali l’obbligo è tassativo), il capo della polizia iraniana fa sapere che la cosiddetta “polizia religiosa” smetterà di punire le irriducibili al chador limitandosi a “consigliarle” di coprire a modo debito il capo. Una quasi rivoluzione in entrambi i casi: nel primo perché non è frequente che gli ospiti stranieri contestino la petrol-monarchia a casa sua e nel secondo perché la protesta dei centimetri di capelli liberi dal velo con cui le iraniane cercano da anni di guadagnare terreno rispetto alla religione era rimasta finora confinata a Instagram (e comunque punita).  

 

The Times They are a Changing’? Fino a un certo punto se prendiamo come parametro l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2017, in cui Iran e Arabia Saudita continuano a detenere il primato mondiale assoluto delle esecuzioni (355 in Iran e 85 in Arabia Saudita). Eppure l’impressione è che le donne e i loro diritti siano diventato l’estremo terreno di scontro tra i due colossi regionali, in particolare dopo la fuga in avanti del principe regnante Mohammad bin Salman che promuovendo la sua ambiziosa Vision 2030 ha assicurato il diritto alla guida e allo stadio di calcio alle connazionali finora paradossalmente ancora più represse delle iraniane.  

 

«Le donne stanno beneficiando della competizione tra i due regimi in gara per aggiudicarsi il ruolo di moderna e moderata alternativa islamica» ha scritto recentemente la giornalista irano-americana Roya Hakakian sul New York Times. Il processo va seguito al di là degli eventi.  

 

In realtà, nonostante i piccoli passi avanti fatti anche in termini di partecipazione politica, la strada è ancora lunga e in salita. Il parzialissimo ridimensionamento dei barbuti custodi della morale islamica in Iran non ha messo in discussione il velo (che anche le straniere devono indossare già prima di atterrare all’aeroporto di Teheran). Nè lo sdoganamento della patente di guida ha garantito alle saudite l’autonomia dalla società patriarcale sotto il cui tallone non possono neppure mettersi in viaggio senza un tutore. Ma qualcosa sembra muoversi. Può darsi che le due feroci teocrazie si rendano conto di non poter vincere una sull’altra soltanto servendosi dell’hard power; può darsi che pesi la consistenza numerica del secondo sesso (è donna oltre la metà della già stra-maggioritaria popolazione under 30 di entrambi i Paesi e soprattutto è donna la metà più istruita); può darsi che qualcosa stia davvero cambiando (magari anche solo perché nulla cambi). Ma tant’è. E alla fine di un 2017 segnato dai venti di guerra spiranti in ogni direzione, la ricostruzione dei muri, il ritorno di nuove e vecchie intolleranze, l’accento sulle donne è un segno incoraggiante o almeno è così che ci piace leggerlo. Buon anno!  

 

 

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