Combo, il laboratorio didattico dove il professore è un robot

Torino, la Fondazione Agnelli scommette sull’innovazione
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Imparare insieme. Combo (realizzato con Comau robotica e automazione e l’Istituto italiano di tecnologia) non vuole studiare i robot, ma studiare con i robot.


Pubblicato il 13/01/2018
torino

Ad «e.Do» manca solo la parola. Per ora. Il robot-professore è la ciliegina sulla torta del nuovo laboratorio didattico della Fondazione Agnelli, avveniristico centro con finestroni, open space, lavagne interattive, prato artificiale e cuscini per il relax, che si chiama «Combo», come la combinazione di tasti per «saltare» con la Play Station. «Studiare con e.Do è intuitivo, divertente e stimolante» dice Roberto Bellavia, 17 anni, al quarto anno del liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino, mentre «pinza» con il robot una serie di mini pneumatici da misurare poi nel piano cartesiano.  

 

Ogni mattina arriva una scuola diversa: Combo ha debuttato l’8 gennaio, ma è già sold-out fino a Pasqua, segno dell’interesse e del bisogno di una didattica nuova. «Dal 18 gennaio saranno riaperte le iscrizioni» assicura Andrea Gavosto, direttore della Fondazione. «In 12 mesi ci aspettiamo 2500 studenti, dagli 8 ai 18 anni» precisa John Elkann, vice presidente, che nel spiegare la mission del neonato laboratorio cita il bisnonno, il senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat: «Abbiamo scommesso su quello in cui credeva lui, l’innovazione».  

 

 

Il lavoro del futuro  

Combo (realizzato con Comau robotica e automazione, con l’Istituto italiano di tecnologia e a breve anche con Google) non vuole studiare i robot, ma studiare con i robot. Lo spiega bene Fabrizio Manca, direttore generale dell’ufficio scolastico del Piemonte: «Dobbiamo adeguare, aggiornare, modernizzare la formazione: tra il 2020 e il 2050 il 50% dei profili professionali non saranno più quelli di oggi, la scuola dev’essere pronta per gestire cambiamenti e flessibilità». La teoria non basta più, il «modello gentiliano», basato su un insegnamento di tipo trasmissivo - il professore in cattedra che spiega agli studenti - è tra i più tradizionali d’Europa e va superato, o almeno supportato: «Il rapporto con il robot non è di esclusione o sostituzione, ma di collaborazione» precisa Elkann.  

 

Le materie sono quelle previste dal Miur, ma studiate in modo nuovo, più vicino alle aspettative del mondo del lavoro. L’obiettivo è creare «teste ben fatte», per dirla con il filosofo francese Edgar Morin. «In effetti, i ragazzi hanno difficoltà con la pratica, basta vedere quando montano il robot, mentre con carta e penna sono più a loro agio, con il tablet poi hanno assoluta dimestichezza», dice Giuseppe Daqua, uno dei divulgatori. Combo combina, appunto, tutti questi ingredienti. In più, ci mette un po’ di «sale»: il meccanismo della gara. I ragazzi, divisi in gruppi, si sfidano tra loro, con tanto di verifica finale e, naturalmente, incoronazione del team vincitore, il che incoraggia lo spirito di collaborazione: «Lavorare in squadra è divertente e utile» dice Stefania Barberis, 17 anni, alle prese con la matematica.  

 

Per i più piccoli, invece, c’è Robo-Abaco, che li aiuta a comporre un cesto di frutta addizionando e sottraendo pesche e mele. Fanno parte della famiglia anche Robo-Coop e Robo-Cartesio, per l’approfondimento di fisica ed economia. E al pomeriggio, Combo, apre anche agli insegnanti: ci sono due moduli per loro, uno di robotica e uno di nanotecnologie, perché per cambiare il modo di imparare bisogna cambiare anche il modo di insegnare.  

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